TOMMASO ALTAMURA FASHION  PORTRAIT STREET PERSONAL
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Bio

Exhibitions

-Sep-Oct 2009 / Forma - Centro Int. Fotografia / Milano

-Aug 2009 /Palasharp /Milano

-Apr 2009 /Latteria Artigianale Molloy /Brescia

-Sep 2008 /Galleria Guido Iemmi /Milano

-May-Jun 2008 /Museo nazionale fotografia /Brescia

-Feb 2008 /Martha /Brescia

Nato nel 1979, vive e lavora a Brescia, in Italia.Attualmente partecipa a concorsi internazionali e ha realizzato alcuni lavori su commissione, mentre prosegue la sua ricerca finalizzata a cicli e soggetti personali.Si avvicina alla fotografia attraverso un incontro fortuito, la macchina fotografica del padre che custodiva, all’interno, un rullino “di otto anni prima”, scattato e mai sviluppato. Objet trouvé che dà il via ad una ricerca fotografica che oggi ancora rivela, nei risultati creativi, il cortocircuitare tra caso e progetto, costruzione e libertà formali, attenzione al dettaglio e “indifferenza” narrativa. Tommaso Altamura dimostra di conoscere la storia della fotografia, è un artista giovane, che “studia” le cose del suo campo. E sa dimenticarle a memoria, quando serve. Per questo ciò che si rivela nei suoi cicli di lavori e progetti, solo apparentemente così distanti e divergenti – la tranche de vie urbana, arricchita con la lezione della Nouvelle Vague (chi sono, cosa fanno, dove vanno e cosa sognano, quei volti, quei corpi catturati all’angolo di una strada, aggrappati ai tavolini di un bar, intenti a guardare in un orizzonte a noi sconosciuto, annoiati al tavolo di un gioco-rompicapo cui non possiamo partecipare?); la ricerca del fashion, dello style, della moda e della bellezza, che non esita a dichiararsi feticista (temi sempre trattati con un tono di lieve indifferenza, con ironia critica e al contempo accondiscendente, come a voler dichiarare che non ci si deve credere fino in fondo, alle cose); il lavoro sull’identità espresso nelle serie dei Portraits ed anche dei Wedding, che forse sarebbe meglio chiamare Marriage, per quel richiamo un po’ retro, per quel recupero di una memoria quasi popolare, più che pop, tesa tra reminescenze ancestrali e ricerche sociali – il padre, la sposa, i testimoni, diventano soggetti di una commedia della vita che indaga i ruoli e le maschere cui siamo “condannati”…..La ricerca per immagini allude a visioni del mondo alternative dove il tempo può seguire una linea spezzata o un percorso circolare e non essere più strutturato secondo l'idea di un fine a cui tendere: la realtà assume una nuova forma che è errante, ellittica, ambigua, dove i soggetti paiono essere più consegnati a una visione, piuttosto che impegnati in un'azione: divenuti essi stessi spettatori di una situazione che subiscono senza poter reagire…la banalità quotidiana oppure i ricordi d'infanzia, i sogni e le immagini soggettive animano le nuove immagini fino a confondere la realtà con lo spettacolo, mentre la realtà trascorre nell'immaginario, uscendone deformata dal pensiero, creata dalla mente attraverso la parola e la visione. Nella sua fotografia è spesso assente ogni intreccio, proliferano i tempi morti e le conversazioni banali, oppure il silenzio: così possono essere espressi, anche attraverso la paralisi, l’immobilità, o la fuga, l’attimo, il divenire, il passaggio, dunque l'essenza del tempo. Il tutto velato con una lieve ironia che sa essere elegante e aggraziata, come si raccomandava ai principi dell’estetica del Novecento; un’ironia che si rivela in ogni soggetto, e che è metafisica, assoluto trovato, più che cercato, non oltre le cose di ogni giorno, ma al loro interno.Ironia anche nell’auto-definizione che Altamura fa di sé, dove quell’Ostalgia ricorda la nostalgia – il desiderio dolente di un ritorno – di un racconto appunto popolare, venuto dalle terre dell’est, esotismo cercato dall’artista nei viaggi a Berlino, ma anche dietro i muri di casa, tra i ragazzi che giocano a skateboard.

Forse per ricordare – a sé prima di tutto – di essere anch’egli parte di quel mondo “comune”, dove ogni giorno “…lavoro in un ufficio o meglio una fabbrica moderna dove si schiacciano i bottoni moderni (gli uffici sono le fabbriche moderne, la tastiera del mio computer i bottoni della macchina di un tempo, di ogni tempo)”.

Uno sguardo dunque che vuole essere sociale, o meglio sociologico, e che non si nega mai del tutto, sia che si tratti di un’architettura – il dato umano è comunque sempre presente, o comunque “avvertibile” – sia di un prodotto da promuovere con lo strumento della fotografia. Fotografia che non è più medium, né messaggio – e ben vengano giovani artisti capaci di suggerirci nuove chiavi d’indagine – ma modo di pensare il mondo che cerca il singolare, in ogni istante qualsiasi; processo di significazione della realtà letta con uno sguardo che, tanto più vuole dichiarare la propria identità, vanità nel senso di temporale presenza e verità, tanto più riesce ad essere universale. Come i protagonisti della sua fotografia, non ci resta che aspettare: il tempo saprà indicarci gli sviluppi del suo lavoro.

Ilaria Bignotti, docente e critica d'arte

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